Memoria e dolore, che peso ha il perdono?

A file photo of a bird flying above a gate of the Auschwitz Museum

Giochiamo a far la guerra da bambini, guardiamo ogni giorno in televisione scene di morte e violenza: ormai la nostra società ha interiorizzato il male, è diventato come un prodotto commerciale che va venduto. Ma quasi mai impariamo a fare la pace, ad andare oltre l’orrore del conflitto, rimanendo ancorati a un’idea del mondo in cui ci siamo solo noi. Gli altri sono tollerati, al massimo.

Chi perdona è un debole, non ha coraggio, è un fallito: questo è ciò che pensano tanti, dietro agli sguardi sospettosi di chi prima parla di pace e poi è proprio il primo a rispondere alle offese con altra violenza. Trasformando così una parola come “perdono” in un qualcosa di vuoto, senza eco, inutile perché inesistente. Hanno forse fatto pace gli slavi con gli italiani, dopo il 1945? No, gettando altro sangue su quello già sparso dai fascisti.

Viviamo nell’epoca del post: post-moderno, post-ideologico, post-Auschwitz. E soprattutto quest’ultimo ha posto agli uomini un interrogativo importante, a cui nemmeno i più grandi filosofi hanno saputo rispondere: ha veramente senso il perdono? Se Dio si è voltato dall’altra parte, come scrisse Primo Levi, perché l’uomo dovrebbe redimere il suo carnefice? Far pace è un concetto che la storia non ha quasi mai conosciuto, se non per esigenze politiche o economiche tra Stati.

Paul Ricaur scrisse una volta che l’amnistia di una colpa, seppur fatta per eliminare le discordie sociali all’interno di un Paese, sfocia nel celare i misfatti nell’oblio. È come quando si pulisce il pavimento e per comodità si nasconde la polvere sotto il tappeto: alla fine non ci sarà più posto per coprire quello che non vogliamo vedere. Come se, finita la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia avesse potuto convivere in pace con il passato del regime appena concluso.

In tutto questo un ruolo centrale ce l’ha il ricordo: qualcosa che spesso è molto scomodo, anche perché lontano dai fatti dei quali si occupa (nello spazio, nel tempo), e al tempo stesso ostacola quell’amnistia – già citata prima – che serve per cancellare i contrasti sociali.

È un impegno difficilissimo, che va ben oltre un misero giorno all’anno in cui si piange “tutti e nessuno” delle vittime di genocidio, ma essenziale per non farsi sopraffare dal peso di debiti che gli uomini hanno contratto con la storia. E per continuare ad alimentarlo è indispensabile il perdono, altrimenti si sfocia nella vendetta di popolo, con esiti che troppo bene conosciamo in Europa.

Alla fine non vivremo forse nel migliore dei mondi possibili, ma almeno rispetteremo noi stessi. Senza dimenticare e umiliare la nostra umanità.

timothy dissegna

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